Differentemente da altri Paesi – come la Francia, per esempio, dove per ragioni storiche si parla da Nord a Sud all’incirca un’unica lingua, il francese di Parigi – in Italia esiste una grande varietà di dialetti: all’interno dei tre gruppi principali (Nord, Centro-Sud, Sardegna), si contano una trentina di dialetti attualmente in uso (ma molti di più se si osserva al microscopio).
Ma, innanzitutto, cos’è un dialetto? Secondo la definizione scientifica, si può chiamare dialetto un “sistema linguistico di ambito geografico o culturale per lo più limitato, che non ha raggiunto o che ha perduto autonomia e prestigio di fronte agli altri sistemi con i quali costituisce geneticamente un gruppo” (dall’Enciclopedia Treccani). Il dialetto si distingue quindi dall’italiano regionale, che è un italiano parlato con un accento locale, che accoglie alcuni prestiti lessicali tipici del dialetto.
L’italiano standard, come si sa, deriva dal toscano, che è stato scelto sulla base dell’autorevolezza della letteratura scritta in questo dialetto: fin dal primo Cinquecento, la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio è stata assunta a modello per l’italiano nazionale. L’ufficializzazione di tale lingua comune dell’Italia è stata tuttavia relativamente recente, ovvero a partire dall’Unità d’Italia nel 1861: solo in quel momento l'italiano è stato adottato come lingua dello Stato, dell'amministrazione e della scuola.
Un'indagine del 2025 condotta dalla società di indagini demoscopiche SWG, ha concluso che, al giorno d’oggi, “nel complesso, i dialetti resistono come patrimonio identitario, ma perdono spazio nell’uso quotidiano, soprattutto fra i giovani e nei contesti formali”. Tale situazione riflette il mutamento sociale e culturale avvenuto negli ultimi anni nel nostro Paese; tuttavia, il dialetto è riconosciuto tuttora un “patrimonio identitario”, conservando e tramandando la storia, la cultura e le tradizioni di una comunità.

Commenti