L’italiano da telecomando

Vi siete mai resi conto di quanto la lingua che ascoltiamo in televisione ci influenzi? Non pensiamo solo alla pubblicità, che comunque è un settore ricco di creatività (tra i neologismi più recenti ricordiamo l’irresistibile scioglievolezza della cioccolata Lindt o il tormentone del Maxibon Motta Two gust is megl che one); pensiamo, invece, alla lingua delle trasmissioni di informazione, come i telegiornali, all’intrattenimento o alle serie tv. Quanta di quella lingua che entra ogni giorno nelle nostre case diventa parte del nostro modo di esprimerci?

 

Negli anni Cinquanta, la risposta a questa domanda sarebbe stata “tantissima”. La maggior parte degli Italiani, infatti, parlava ancora prevalentemente il dialetto (differente da regione a regione e, a volte, anche tra paese e paese) e l’unico strumento attraverso il quale le persone potevano venire a contatto con un modello della cosiddetta lingua italiana (in linguistica italiano standard) era, appunto, la televisione. Il caso più eclatante è rappresentato dalla trasmissione Non è mai troppo tardi, durante la quale l’amatissimo maestro Manzi svolgeva le sue lezioni di italiano: il programma televisivo divenne l’occasione per moltissimi di imparare a leggere e scrivere nella lingua nazionale.

Nel corso del tempo il rapporto tra lingua e televisione è molto cambiato, ma non per questo ha smesso di suscitare interesse, soprattutto fra i linguisti. Così, nel 2006, è nato il LIT – Lessico dell’italiano televisivo, realizzato dall’Accademia della Crusca e dal dipartimento di italianistica dell’Università degli studi di Firenze. Si tratta di una banca dati testuale e audiovisiva sul web che registra (per ora) il linguaggio televisivo del 2006, così come emerge da circa 62 ore di parlato registrato, trascritto e indicizzato, proveniente dalle trasmissioni in prima serata delle prime tre reti nazionali (Rai 1, 2 e 3). Poi, nel 2008, questo corpus è stato ampliato con le registrazioni delle reti Mediaset dello stesso anno, dando vita al Portale dell’italiano televisivo: corpora, generi e stili comunicativi (consultabile al sito: www.italianotelevisivo.org) e al DIA-LIT (Lessico dell’Italiano Televisivo in Diacronia) a cui hanno collaborato le università di Catania, Genova, Milano e della Tuscia. Provate a cercare una parola o una frase, la si può rivivere in tutti i contesti originali in cui è stata citata!

Una curiosità è che, dagli anni Duemila, per via dei reality show, ma anche grazie ad alcune serie tv come Gomorra o Romanzo Criminale, si assiste alla reintroduzione del dialetto, fino ad allora estromesso da quello che per anni era stato il principale canale di italianizzazione. Un’altra osservazione va invece fatta per quanto riguarda le espressioni e i modi di dire, che dal grande schermo sono entrati nelle nostre case e nelle nostre abitudini linguistiche. Come, ad esempio, il Niente po’ po’ di meno che, inventato dal presentatore Mario Riva per indicare “l’arrivo di un ospite illustre”; il termine esatto, che si diffuse grazie a Mike Buongiorno (come traduzione di ok), e che al tempo nessuno utilizzava, o la carrambata “sorpresa spettacolare” dovuta al format televisivo dei programmi di Raffella Carrà, basati proprio su incontri inattesi. Quali saranno, secondo voi, le parole televisive del futuro?

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