Poesia e intertestualità

Tra gli elementi caratterizzanti la letteratura in generale, ma più specificamente la poesia, c’è di certo l’intertestualità. Questo concetto è stato introdotto nell’ambito degli studi letterari solo recentemente, ovvero negli anni Sessanta del Novecento dalla semiologa e psicanalista Julia Kristeva, e si può descrivere come “la rete di relazioni che il singolo testo intrattiene con altri testi dello stesso autore (i. interna) o con modelli letterarî impliciti o espliciti (i. esterna), sia coevi sia di epoche precedenti” (definizione dal vocabolario online della Treccani).
Nostra intenzione in questa sede non è addentrarci nei tecnicismi, quanto fare riferimento a quel fenomeno di ricorso alle fonti, allusione, citazione, che gli autori mettono in atto nella stesura dei loro testi.
Un atteggiamento che esiste da sempre e che, a nostro parere, contraddistingue la “letteratura d’autore”: sembra, infatti, che tutti i grandi scrittori sentano spontaneamente la curiosità di conoscere quanto sia stato composto da chi è venuto prima di loro o che è a loro coevo, e che vogliano mettersi in dialogo con questo.
Ciò è vero in particolar modo per il genere lirico, per il solito motivo: storicamente, in poesia, i vincoli formali sono sentiti più che in tutti gli altri generi letterari e sono essi stessi portatori di significato.
Per esempio, richiamare una stessa serie rimica significa volersi collegare a un altro testo o a un altro autore. Si veda la ballata Lassare il velo o per sole o per ombra dei Rerum vulgarium fragmenta:

Lassare il velo per sole o per ombra,
donna, non vi vid’io
da che in me conosceste il gran desio
ch’ogni altra voglia d’entr’al cor mi sgombra.
Mentr’io portava i be’ pensier’ celati
ch’ànno la mente desïando morta,
vidivi di pietate ornare il volto;
ma poi ch’Amor di me vi fece accorta,
fuor i biondi capelli allor velati,
et l’amoroso sguardo in sé raccolto.
Quel ch’i’ più desïava in voi m’è tolto:
sì mi governa il velo
che per mia morte, et al caldo et al gielo,
de’ be’ vostr’occhi il dolce lume adombra.

Qui Petrarca intende sicuramente richiamare la rima ombra : adombra presente ai vv. 139-145 di Purgatorio XXXI, cioè dove Dante descrive la prima volta in cui gli è concesso di contemplare liberamente il viso di Beatrice [1]:

O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto l’ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra,
quando nell’aere aperto ti solvesti?

Come si diceva, l’intertestualità esiste da sempre, anche nella poesia latina. Tutti i poeti a cavallo tra il I sec. a. C. e il I sec d. C., per esempio, avevano come punto di riferimento il poeta alessandrino Callimaco di Cirene. Si vedano questi versi delle Satire di Orazio (I, 2):

leporem venator ut alta  
in nive sectetur, positum sic tangere nolit,
cantat et adponit 'meus est amor huic similis; nam
transvolat in medio posita et fugientia captat 

Il cacciatore insegue la lepre nella neve alta, tuttavia quando è servita, non vuole toccarla, canta e aggiunge "il mio amore è simile a ciò; infatti tralascia le cose messe in comune e prende quelle che sfuggono."

Essi richiamano quasi letteralmente un epigramma intitolato Il cacciatore di Callimaco, presente nell’Antologia Palatina 12.102.5-6 (traduzione di Paduano), che dice:

Così è il mio amore: sa inseguire chi fugge
Sorvola su chi giace disteso davanti.

I rapporti di intertestualità possono essere addirittura più espliciti, come nel caso del carme 51 di Catullo (traduzione nostra):

Ille mi par esse deo videtur,
Ille, si fas est, superare divos,
Qui sedens adversus identidem te
Spectat et audit 

Dulce ridentem, misero quod omnis
Eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
.......................................

Lingua sed torpet, tenuis sub artus
Flamma demanat, sonitu suopte
Tintinant aures, gemina teguntur
Lumina nocte. 

Otium, Catulle, tibi molestum est;
Otio exsultas nimiumque gestis.
Otium et reges prius et beatas
Perdidit urbes. 

Quello mi sembra essere pari a un dio, quello, se è lecito, (mi sembra) superare gli dei, lui che sedendo spesso di fronte, te guarda e ascolta che ridi dolcemente, a me misero porta via tutti i sensi; infatti non appena ti vidi, Lesbia, niente è sopra a me... Ma la lingua è paralizzata, sotto alle membra si sparge un fuoco tenue, con un loro proprio suono ronzano le orecchie, gli occhi sono coperti da una doppia oscurità. L’ozio ti è molesto, Catullo; nell’ozio ti esalti e gioisci troppo. L’ozio ha mandato in passato in rovina i re e le felici città.

Una vera e propria traduzione del frammento 31 di Saffo, che riportiamo in italiano:

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli 

e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce

 si perde nella lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.

E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.[2]

Questi rapporti non sono sempre così evidenti e dunque facili da cogliere. Come mettevano in luce gli studi della Kristeva, tuttavia, essi rappresentano uno strumento estremamente utile a comprendere testi e autori.

 

[1] Per un approfondimento su questo rapporto intertestuale cfr. Mira Mocan, «Lucem demonstrat umbra». La serie rimica ombra : adombra e il lessico artistico Dante e Petrarca, in “Critica del testo” (XIV / 2).
[2] Saffo, Liriche e frammenti, a cura di Ezio Savino, traduzioni di Salvatore Quasimodo e Ezio Savino,Milano, 2018 [2002], pp. 16-17.

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