Quanti nomi d’arte a Sanremo!

Dite la verità: anche voi, che lo criticate sempre, alla fine lo vedete ogni anno il Festival di Sanremo! Ma solo per dare i voti ai look più trash e alle esibizioni più esilaranti, eh… Scommettiamo anche che, quest’anno, avete giocato al nuovissimo fantasanremo (il cui nome s’ispira al fantacalcio, nato in Italia negli anni Novanta su modello dello statunitense Fantasy Baseball)? Ma giusto per dare un senso a quella prima settimana di febbraio, anche perché “la maggior parte dei cantanti, con quei nomi assurdi, neanche li conoscevate”. Non è vero?!

E se vi dicessimo che esiste un portale, ideato da Massimo Arcangeli e da Luca Piroddi, in cui –inserendo una qualsiasi parola – potete trovare tutte le canzoni partecipanti al Festival che la contengano, dalla prima edizione del 1951 ad oggi? Probabilmente proprio no, non vi incuriosirebbe. Non googlereste mai www.leparoledisanremo.it.

Tornando ai “nomi assurdi”, proviamo a guardarli un po’ più da vicino. Iniziando, però, dal precisare che lo pseudonimo (dal greco “nome falso”) o nome d’arte ha origini antichissime e che già nell’Ottocento, in ambito letterario o teatrale, lo usavano praticamente tutti! Se un tempo, in alcuni casi, lo pseudonimo era composto da veri “nomi altri”, che sarebbero potuti benissimo essere gli originali, come Italo Svevo (al secolo Aron Hector Schmitz), Alberto Moravia (Alberto Pincherle) o Pablo Neruda (Ricardo Eliezer Neftalì Reyes Basoalto), oggi si opta di più per una parola unica, a volte il solo nome di battesimo, il più delle volte un termine particolare, stravagante, che ha un proprio significato o che nasconde un messaggio personale.

Tra i veterani di Sanremo, solo Massimo Ranieri (all’anagrafe Giovanni Calone) usa uno pseudonimo: chi l’avrebbe mai detto?! Iva Zanicchi, Gianni Morandi (Gian Luigi Morandi) e Donatella Rettore non hanno segreti, così come i giovani Michele Bravi, Matteo Romano, Giovanni Truppi. Sfruttano semplicemente il nome di battesimo le cantanti Emma (Emma Marrone), Ana Mena (Ana Mena Rojas) ed Elisa (Elisa Toffoli). Anche Giusy Ferreri non ci sorprende più di tanto, adottando un accorciamento di Giuseppina, e Fabrizio Moro modifica in parte il cognome d’origine (Mobrici), probabilmente per renderlo più pronunciabile.

In altri casi ci troviamo davanti a casualità o a storie di vita, come per il giovanissimo vincitore 2022, Blanco (al secolo Riccardo Fabbriconi), che ha raccontato di aver scelto il suo pseudonimo durante una registrazione molto amatoriale di uno dei suoi primi pezzi: avrebbe chiamato il CD “Blanco” dietro consiglio di un amico, giusto per non produrlo senza nome. Sangiovanni (Giovanni Pietro Damian) ha invece scelto il suo pseudonimo perché la mamma gli diceva che “non aveva la faccia di un santo”; Achille Lauro (Lauro De Marinis), ha preso il suo pseudonimo dall’omonimo armatore partenopeo, perché tutti, quando sentivano il suo nome di battesimo, li associavano (erroneamente). Allunghiamo la lista con la band La Rappresentante di Lista, il cui nome è nato per scherzo nel 2011, quando la cantante Veronica, per votare fuori sede per un referendum, si iscrisse come rappresentante di lista per uno dei partiti politici. Poi è la volta di Noemi (all’anagrafe Veronica Scopelletti), che ha scelto come pseudonimo il nome che la mamma le avrebbe voluto dare, e di Tananai (Alberto Cotta Ramusino) che nel dialetto lombardo vuol dire “piccola peste”, come lo chiamava il nonno. Secondo il linguista Lorenzo Coveri, la parola sarebbe una storpiatura del termine di origine ebraica badanai, che significava “recitare preghiere a bassa voce” e quindi “borbottare, fare rumore”.

Restano fuori quei nomi, che provengono da giochi di parole, e che si fanno portatori di un significato che l’artista vuole comunicare: Alessandro Mahmoud, ad esempio, mantiene solo il cognome (di origine egiziana) cambiandone la grafia in Mahmood per puntare sull’assonanza con l’inglese my mood “il mio stato d’animo”; Aka7even, alias Luca Marzano, ha scelto un nome composto di aka (acronimo inglese per also known as “anche conosciuto come”) e 7even “settimo cielo”, in riferimento ad un brutto periodo della sua vita in cui il numero 7 si è rivelato essere un numero ricorrente e, poi, fortunato. Da notare anche l’aderenza alla scrittura digitale che propone accorciamenti, accorpa le parole e mischia lettere e numeri. Anche Rkomi (Mirko Manuele Martorana) gioca con la lingua: non solo si tratta di un anagramma, ma si rifà allo slang parigino, il verlan (parola che è il contrario di l’envers “al rovescio”) in cui si parla, appunto, con parole rovesciate. DitonellaPiaga ha scelto il suo nome con intento provocatorio, perché rispecchiasse la sua musica, e l’ha scritto univerbato, proprio come i moderni hashtag! Highsnob si ispira ad una rivista di street fashion, mentre Hu è il nome di una divinità orientale senza genere. Anche Irama è un anagramma del nome Maria, che però, in Malesia, significa anche “ritmo”; Yuman fonde con l’inglese human “essere umano” il suo vero nome Yuri Santos Tavares Carloia. E Dargen d'Amico? Per ora sappiamo soltanto che si chiama Jacopo D’Amico, ma il resto è ancora un mistero.

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