VISIONE

Si è aperta lo scorso 30 aprile, presso i musei di San Domenico a Forlì, l’attesa mostra Dante. La visione dell’arte, che fin dal titolo rivela le sue intenzioni: indagare e ricomporre il parallelismo che corre tra i suggestivi versi danteschi e le sue più pregnanti traduzioni visive. L’esposizione, promossa dalle Gallerie degli Uffizi e realizzata da Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, con il patrocinio del Comitato Dante 2021, della Società Dante Alighieri, dell’Associazione degli Italianisti, del Comune di Forlì e di Icon, sarà visitabile fino all’11 luglio prossimo, con un percorso scandito da oltre trecento opere tra dipinti, sculture, disegni, illustrazioni e manoscritti, attentamente selezionati dai due curatori, Fernando Mazzocca e Antonio Paolucci. Visione dopo visione, non è soltanto la variegata iconografia dantesca a essere ricostruita: ne emerge soprattutto l’ineguagliata capacità del Sommo Poeta di rappresentare, con poche parole di eccezionale portata evocativa, un universo di situazioni, emozioni, concetti, espressioni che sono divenuti archetipi, sapere condiviso. E al richiamo del “visibile parlare” dantesco non hanno saputo resistere i maggiori artisti di tutti i tempi: si parte con Cimabue e Giotto, passando per Michelangelo e Tintoretto, per arrivare al Novecento di Casorati, Picasso e Fontana.
Che Dante sia stato uno dei più grandi visionari della storia non è un’affermazione nuova. Attorno alle sue visioni ruotano tutte le sue geniali intuizioni letterarie e linguistiche. Ma cosa intendeva esattamente l’Alighieri per “visione”? L’Enciclopedia dantesca ci ricorda come questa voce abbia in realtà poche occorrenze nella sua produzione scritta: sette nella “Vita nuova”, appena una nel “Convivio” e dieci nella “Commedia”. Ma le circostanze che spingono Dante a ricorrere alla parola sono sempre speciali ed estremamente significative: come quando, nel capitolo iniziale e in quello conclusivo della “Vita nuova”, accenna a una “meravigliosa” o “mirabile” visione, o come quando, nel Paradiso, adotta lo stesso termine per introdurci all’apparizione divina di Beatrice. La visione, in Dante, non è mai il mero atto del vedere, il processo di percezione della realtà esterna, ma sempre proiezione di un sogno, rivelazione, spettacolo estatico e la parola è usata dal poeta per far breccia profonda nella fantasia del lettore. Si è molto discusso su quanto la trama del capolavoro dantesco sia frutto di una finzione letteraria e quanto di una personale esperienza mistica e profetica accaduta all’Alighieri nel mezzo del cammin della sua vita: certo è che, come suggeriva Henri Focillon, “i visionari formano un ordine a parte, singolare, indeterminato” e “fanno trapelare talvolta ciò che vi è di più ardito e di più libero nella genialità creatrice”.

dante visione

 

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