Il canto dell’italiano

Intervista a Edith Bruck...del bel paese là dove 'l sì suona (Inf, Canto,XXXIII, vv.79-80). Nell’esperienza umana e sociale ci avviciniamo al senso e al bisogno di giustizia, quando entriamo in contatto con l’ingiustizia di qualsiasi dimensione e colore. Il bisogno di giustizia è un bisogno di verità e di memoria che si applica in tutti i campi e in ogni condizione. La giustizia, quindi, è un’esigenza dell’anima, che vive per trovare il punto di mezzo che le permetterà di ritornare al grande Spirito. Nella Commedia, Dante segue il percorso dell’Anima Beatrice, attraverso un cammino interiore in cui dovrà aprire nove chiavi dell’esser femminile. Socrate nel Fedone (60-61) racconta di avere ricevuto in sogno l’ingiunzione di coltivare la musica e di averlo interpretato come un’esortazione a studiare ancor più la Filosofia, che in Dante e nei Fedeli d’Amore ha la massima espressione nella Rosa mistica. Platone ci spiega lo stretto rapporto tra la Filosofia ed il numero nove (numero di Beatrice) e di come questo numero sia legato alle Muse che la parola musica ricorda, in quanto musica deriva dalla parola greca moysa ovvero musa.
Le Muse, quindi, rappresentano la musica attraverso la quale si giunge alla verità e quindi alla giustizia. Da sempre, il linguaggio musicale è più adatto rispetto al linguaggio verbale a far emergere il significato inconscio delle cose, della vita, del mondo, ed ecco come la musicalità dell’italiano, unica nel suo genere, ci appare come una “scienza del sapere dantesco” che la nostra intervistata Edith Bruck ha colto a pieno. La Signora Bruck è scrittrice, poetessa, traduttrice, regista e testimone della Shoah, nonché vicepresidente della Società Dante Alighieri. Finalista del Premio Strega 2021 con il suo ultimo romanzo Il Pane perduto edito dalla Nave di Teseo, continua a raccontare la “sua storia di dolore” vissuta nei campi di concentramento e a cercare la giustizia che, per ricucire e riparare il mondo, non è mai vendetta. In molte sue interviste ci ha raccontato il suo rapporto con l’Italia e l’italiano e la scelta dell’Inf., XXXIII, v. 79-80, per Dante secondo lei rappresenta un ulteriore spunto, per parlare del nostro bel paese e della nostra femminile lingua.

Qual è il suo rapporto con il Bel paese che è l'Italia?
La lingua italiana in sé è come fosse nata per scrivere. Dante oltre a essere il creatore della lingua moderna è un compositore di versi, di rime, di canti, di ritmi, la sua lingua ha una forza interiore che trascina naturalmente le parole una dietro l’altra, come se nascessero già pronte, come se ogni frase si scrivesse da sé. La musicalità dell’italiano, con la sua vocalità, al contrario di molte altre lingue è ariosa, come se tra una lettera e l’altra ci fosse un respiro, uno spazio. Prima ancora che dal bel Paese ero attratta dalla sua lingua, che per me è come se contenesse l’allegria, il sorriso, l’accoglienza. Anche molte canzoni, soprattutto quelle antiche o popolari, contengono qualcosa di spirituale e universale, un tratto malinconico, che quasi mi ricorda i salmi, lamenti profondamente laceranti che però possono esplodere in una luce improvvisa di speranza, in un Sole che sorge. L'eredità eterna, universale di Dante non è però solo la lingua, ma l'epoca, lo spirito, la storia, la civiltà del suo tempo. L'eco, le citazioni e perfino il sapore, si sentono oggi nella prosa e nella poesia italiana. Dante è il padre della lingua in cui scriviamo e di cui siamo eredi, figli e nipoti. Mia suocera fino alla fine della sua vita colta annotava Dante con la sua minuscola scrittura, che purtroppo non riesco a decifrare. Spero che sia del Paradiso.

Dante più volte nella Commedia afferma che il dire suona, quindi il suo linguaggio è una musica. Quali sono le emozioni che la lingua italiana le ha suscitato in passato e le suscita ancora, ce le può descrivere?
Per me la lingua italiana è identità, casa, rifugio, salvezza, libertà, difesa dalla mia lingua di origine, che evoca ricordi dolorosi. In italiano ho scritto il mio primo libro, sessant’anni fa, e col tempo ho scoperto che è una lingua più che mai adatta alla lirica e al canto per la sua ricchezza, la sua musicalità e le sue cadenze che mi hanno spinto ad osare di scrivere libri di poesia.
Pur non avendo per me radici così profonde come quelle della lingua natia, mi ha permesso di esprimere ciò che non avrei scritto in ungherese. Per me la lingua italiana è il mio Paese, perché non richiama gli insulti, le violenze quotidiane dell’epoca nazi-fascista. Per me scrivere in italiano è ossigeno, respiro, in qualche misura, terapia.

La lingua italiana apre il cuore alla sapienza. Come immagina la nuova Donna-Sapienza Beatrice e in generale la donna proiettata nel futuro?
La donna sta con grande fatica costruendo il suo futuro, essendo la parità ancora molto lontana. Molti uomini non vogliono accanto una donna di grande valore ed intelligenza, preferiscono una donna che si adatti al loro volere, non per niente, quando una donna lascia il proprio marito o compagno viene uccisa, perché l’uomo, da solo, è incapace di gestirsi. Per esempio, nei campi di concentramento nazisti, la morte degli uomini era doppia rispetto a quella delle donne che avevano maggiore fantasia, immaginazione, mentre gli uomini, indifesi, non erano nemmeno capaci di schiacciare un pidocchio. Quando ho visto le sezioni maschili, nei campi di concentramento di Dachau e Bergen Belsen, gli uomini erano inermi, come già morti, non riuscivano neppure ad allungare la mano per raccogliere una patata che gli avevano gettato. Tutto ciò, all’epoca, era dovuto a una cultura maschile, per la quale l’uomo a casa era accudito dalla moglie-mamma-sorella-nonna. Oggi, le nuove Beatrici occupano posti-chiave, di guida, anche nella politica e la mentalità maschile è relativamente cambiata e cambierà ancora.

In questo momento storico molto difficile, quanto la cultura è importante e quale dovrebbe essere il ruolo della donna?
In primo luogo la cultura può aiutare le donne a comprendere quali sono i loro diritti e a maturare la coscienza di sé, nella famiglia e nella società. Questo dipende anche dalla maturazione e dall’evoluzione dei luoghi, grandi o piccoli, dove l’alfabetizzazione e la lingua di Dante non sono sempre di casa e si rimane legati al proprio dialetto, difeso come rappresentasse la propria identità.

Nei momenti di grandi passaggi, la violenza di genere sulle donne sta aumentando, lei che ha avuto tanto dalla vita, ma anche tante privazioni, da donna di esperienza quale messaggio sente di donare a tutte le donne?
Sono certa che le donne avranno ancora un lungo cammino davanti a sé per comprendere il proprio valore e la propria forza.

Edith Bruck copia
Edith Bruck nome d'arte di Edith Steinschreiber (è una scrittrice, poetessa, traduttrice regista e testimone della Shoah ungherese naturalizzata italiana. Con l'opera Chi ti ama così – edita nella collana "Narratori" diretta da Romano Bilenchi e Mario Luzi per Lerici editori nel 1959 – Bruck inizia la sua carriera di scrittrice e testimone della Shoah adottando la lingua italiana, una «lingua non mia», che, secondo l'autrice, le offre quel distacco emotivo che le consente di descrivere le sue esperienze dei campi di concentramento.
A Roma inizia anche un lungo sodalizio sentimentale e artistico con il poeta e regista Nelo Risi che, tra l'altro, trae da un racconto di Bruck il film Andremo in città nel 1966, sceneggiato da Cesare Zavattini e con protagonisti Geraldine Chaplin e Nino Castelnuovo; così il tema della Shoah assume per Bruck potenzialità cinematografiche, che ha già sperimentato in quegli anni come consulente di Gillo Pontecorvo nella realizzazione di Kapò.
Collabora nel frattempo con alcuni giornali, fra cui Il Tempo, il Corriere della Sera e Il Messaggero, intervenendo in diverse occasioni intorno ai temi dell'identità ebraica e della politica di Israele.
Nel 1971 la sua prima opera teatrale, Sulla Porta, è messa in scena al Piccolo Teatro di Milano e al Teatro Quirinale di Roma. È tra i fondatori del Teatro della Maddalena di Roma, dove l'opera Mara, Maria, Marianna (di Bruck, Maraini, e Boggio) è presentata nel 1974, seguita l'anno successivo da "Per il tuo bene".
Si cimenta anche nella regia, girando il film Improvviso, nel 1979 (storia dell'educazione di un adolescente all'interno di una famiglia cattolica), e più tardi il film per la televisione Un altare per la madre (1986), tratto dall'omonimo romanzo (del 1978) di Ferdinando Camon. Collabora alla sceneggiatura del film Fotografando Patrizia (1984) di Salvatore Samperi e gira qualche documentario di viaggio.
Ha tradotto, spesso in collaborazione con Risi, i più grandi poeti ungheresi, Gyula Illyés, Ruth Feldman, Attila József e Miklós Radnóti, e presentato Renukā.

Edith Bruck non rinuncia alla propria missione di portare la propria testimonianza presso scuole e università in tutta Italia. Alle memorie degli anni quaranta, si aggiunge la memoria del sodalizio con Nelo Risi – scomparso novantacinquenne nel 2015 – e, in particolare nel romanzo La rondine sul termosifone (2017), quella della lunga assistenza che Bruck, assieme alla badante Olga, gli ha prestato in casa negli ultimi undici anni, quando il poeta è stato affetto da una malattia neurodegenerativa che ne indeboliva il corpo e cancellava la memoria.
Nel 2018, l'Università di Macerata – dopo aver invitato la scrittrice in qualità di testimone – decide per iniziativa della professoressa Michela Meschini, curatrice, di rieditare presso la propria editrice (eum) il corpus poetico fondamentale di Edith Bruck, che consta delle tre raccolte Il tatuaggio (Guanda, 1975), In difesa del padre (Guanda, 1980) e Monologo (Garzanti, 1990), riproponendo la presentazione scritta da Giovanni Raboni per la raccolta d'esordio e arricchendo la pubblicazione, per la prima volta, di spunti critici con le introduzioni di Paolo Steffan, che ne scandaglia il binomio amore-dolore, e della curatrice, che descrive i Versi vissuti di Bruck come «una sorta di autobiografia in versi che, pur collocandosi in linea di continuità con la maggiore produzione in prosa, è capace a differenza di quest'ultima di spogliarsi facilmente del dato contingente per lasciar risuonare interrogativi universali».
Nel novembre dello stesso anno riceve la laurea honoris causa in Informazione, Editoria e Giornalismo dall'Università Roma Tre, in occasione della quale dichiara che la propria università è stata Auschwitz; il mese precedente le era stata conferita, unitamente a Emma Bonino, l'onorificenza "Guido II degli Aprutini" da parte dell'Università di Teramo.
Nel gennaio 2019 è invitata a testimoniare dal presidente Sergio Mattarella nel corso delle celebrazioni della Giornata della Memoria al Quirinale, dove è stata intervistata da Francesca Fialdini e brani della sua opera sono stati recitati da Isabella Ragonese.
Il 24 ottobre 2019 l'ateneo maceratese le conferisce la laurea honoris causa in Filologia moderna, mentre esce il libro Ti lascio dormire, dedicato a Risi. Su "la Repubblica" Antonio Gnoli la definisce «una donna straordinaria. Intensa come poche».
A settembre del 2020 il ministro della salute Roberto Speranza vuole la scrittrice e testimone della Shoah nella commissione per riformare il «sistema di assistenza sanitaria e socio-sanitaria alla popolazione anziana, puntando su servizi sul territorio, assistenza domiciliare e sanità digitale».
Il 20 febbraio 2021 papa Francesco ha fatto visita a Edith Bruck, nella sua casa romana; nel salutarla, ha detto: «Sono venuto qui da lei per ringraziarla della sua testimonianza e rendere omaggio al popolo martire della pazzia del populismo nazista e con sincerità le ripeto le parole che ho pronunciato dal cuore allo Yad Vashem e che ripeto davanti ad ogni persona che come lei ha sofferto tanto a causa di questo: perdono, Signore, a nome dell’umanità»[22].
Il 29 aprile 2021 le è stata conferita l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il 5 maggio 2021 viene annunciato dal Comune di Acqui Terme che Edith Bruck è la Testimone del Tempo del Premio Acqui Storia 2021.
Il 28 agosto 2021 viene insignita del Premio Viareggio nella sezione Narrativa per il romanzo autobiografico Il pane perduto.


Giuliana Poli è giornalista, ricercatrice di antropologia culturale, scrittrice di Tradizione, scrittrice di monografie e testi su opere d’Arte, analista ed esperta d’iconografia ed iconologia di opere d’arte. Analisi semantica del linguaggio dell’Arte e della parola.

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