Il mistero del naso di Dante

Nel saggio Il naso di Dante (Neri Pozza, 2018), Pier Luigi Vercesi tratteggia un ritratto del Poeta in chiaroscuro: attraverso 7 secoli di misteri, tra interrogativi e risposte di ogni genere sul significato vero o presunto delle sue opere (non solo la Divina Commedia), il libro parla non solo della vita ma anche del vero volto dell'Alighieri. 

Domande e risposte tratteggiano un ritratto del padre della lingua italiana dai contorni sfocati, ma che resta affascinante se ci si ricorda che su Dante circolano molte leggende; quale altra forma, se non un romanzo-saggio, per parlarne ancora? 

Il naso di Dante si apre  con il racconto di un ritrovamento: duecento lettere su una bancarella parlano del ritratto che fu scoperto a inizio Ottocento nel palazzo fiorentino del Bargello. Attribuito alla bottega di Giotto, è tra le raffigurazioni del Giudizio universale (1330-1337) nella Cappella della Maddalena.

Uno stravagante pittore inglese, Seymour Kirkup, riuscì a copiarlo dopo essersi introdotto nel palazzo. Si trovò di fronte un volto diverso, rispetto alla maschera mortuaria dantesca già in possesso di Kirkup e simile al volto di Dante che conosciamo più o meno tutti: arcigno e con un grosso naso aquilino è quello della versione che è transitata nella cultura pop grazie alla Trattatello di Boccaccio.

Questo ritratto non corrisponde alla descrizione che Kirkup inviò nel 1842 a Gabriele Rossetti, parlando di quell’Apollo “con le fattezze di Dante”, e dal profilo addolcito, che il figlio di Rossetti, Dante Gabriel, avrebbe poi trasferito su una delle sue tele preraffaellite.

Kirkup, eclettica figura con interessi esoterici, risiedeva a Firenze nell’antica magione dei Templari. Volle raccontare il ritrovamento all’altrettanto eclettico Gabriele Rossetti, patriota esule a Londra e appassionato dantista. Fu lui a inaugurare la lunga stagione del Dante segreto, quello dei misteriosi significati nascosti “dietro ‘l velame de li versi strani”, quello su cui si sono fatte molte ipotesi. Qual è, infine, il senso nascosto della Divina Commedia (e anche della Vita Nova)? Se lo chiedeva Rossetti, fuggito in Inghilterra dopo i moti liberali del 1820.

La domanda gli premeva assai, perché lui si identificava con il destino di quel Dante esule che Rossetti tra i primi considerò un Fedele d’Amore, a conoscenza di un misterioso linguaggio sapienziale risalente all’antica Grecia. Basterebbe questo, per un romanzo, senza tornare alle interpretazioni di un Dante “rivoluzionario, socialista ed eretico” (Eugène Aroux, in lite con lo stesso Rossetti per un supposto plagio), o a quello più noto di Guénon, a quello meno noto del commentario di Foscolo (quasi contemporaneo con il rossettiano, i due si conobbero a Londra) e persino a quello di Giovanni Pascoli, tra i molti altri. Pascoli fu poi maestro di Luigi Valli, autore di studi sui simboli della Croce e dell’Aquila (adottati anche dall’esoterismo fascista).

Di questo e d’altro parla il libro di Vercesi, ed è una lettura adatta non solo a chi vuol conoscere meglio Dante, ma anche a chi desidera leggere un libro intrigante e ricco di informazioni. Anche se, forse, come afferma l’autore, non si può fare troppe distinzioni e chi vuol dividere nettamente la paglia dal grano rischia di perdere “qualche granello di saggezza in mezzo al fascio delle erbacce”.

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