Pronto, chi parla?

Il telefono è uno strumento tanto geniale quanto utile, perciò la paternità della sua invenzione è stata estremamente contesa per decenni.
Ci è voluta una sentenza del Congresso degli Stati Uniti d’America (risalente solo all’11 giugno 2002) per dirimere la questione, onorando l’Italia di un’altra enorme soddisfazione: il fiorentino Antonio Meucci, inventore del telettrofono (così lo chiamò), è stato finalmente riconosciuto come autore del primo prototipo di apparecchio telefonico, nonostante lo scozzese-statunitense A. G. Bell ne abbia depositato per primo il brevetto!


Ma quali furono le prime frasi pronunciate agli albori della telefonia? Per quanto riguarda la storia di Meucci, probabilmente fu un urlo, ma non un urlo di gioia come potremmo aspettarci: le cose andarono in modo molto diverso da come le immaginate. Sembra, infatti, che nel 1855 Meucci (trasferitosi a Cuba) stesse studiando un macchinario per curare l’artrite reumatoide della moglie, tramite l’elettroterapia. Avrebbe, quindi, sperimentato la sua invenzione su un paziente, posizionandolo in una stanza con un elettrodo in bocca mentre lui, dal suo studio, connetté l’altro elettrodo alle batterie. Il paziente urlò, quasi fulminato, ma la sua voce venne trasmessa istantaneamente dal filo. Dopo aver proseguito gli esperimenti e perfezionato il macchinario, riuscì a collegare il suo laboratorio, esterno alla casa, alla stanza della moglie, che – si dice – avrebbe pronunciato nel primo utilizzo queste parole: “Antonio, come stai? Vuoi che ti prepari gli spaghetti?”.
Alexander Graham Bell, invece, racconta così la sua prima volta al telefono:

Dal diario di Bell, 10 marzo 1876
“Ho quindi gridato la seguente frase: Mr. Watson, vieni qui – voglio vederti. Con mia grande gioia, venne e dichiarò di aver sentito e compreso ciò che avevo detto.
Gli ho chiesto di ripetere le parole. Egli rispose: “Hai detto ‘Mr. Watson – vieni qui – voglio vederti'”. Quindi abbiamo cambiato posto e ho ascoltato il signor Watson leggere alcuni passaggi di un libro. Era certamente il caso che i suoni articolati provenissero da lui”.

Sempre Bell, durante l’Esposizione di Philadelphia fece la prima telefonata in pubblico della storia. Per l’occasione scelse di recitare il dilemma shakespeariano: “essere o non essere... questo è il problema”; lo fece arrivare dritto dritto all’orecchio dell’imperatore brasiliano Paolo II, davanti ad una folla di giornalisti estasiati. Insomma, le prime “parole a distanza” vanno dagli spaghetti a Shakespeare: in fondo tutto fa cultura!
Alla fine di questo viaggio, è d’obbligo porsi una domanda: perché, quando rispondiamo al telefono, noi italiani diciamo “pronto”? La soluzione non è immediata, né tantomeno certa, ma si ipotizza che l’usanza risalga agli albori della telefonia, quando i centralinisti che si occupavano di prendere la linea comunicavano all’abbonato che il collegamento era pronto. Nella maggior parte delle altre lingue viene invece usato un saluto informale corrispondente al nostro ciao, come in Inglese hello, tedesco halo, francese hallô, ecc... Ma sapete chi l’ha suggerito e quando? L’imprenditore statunitense Thomas Edison, nel 1877, quando ancora non era un saluto che usavano tutti ma corrispondeva al nostro “Ehilà”. Non si può dire che non abbia avuto successo, anche in questa scoperta!

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