Dante onomaturgo. Il Paradiso a parole

Dante viene spesso definito un poeta onomaturgo, ossia capace di creare parole nuove; ne sono prova il vasto numero di neologismi presenti nella Commedia.

Molte di queste parole sono delle trasposizioni in italiano di termini latini (lingua in cui Dante leggeva e scriveva correntemente) che, grazie alla popolarità della Commedia, si sono poi diffusi nell’uso.

Pensiamo ad esempio a termini come mesto (lat. maestus “tristissimo, disperato”, Inf. XVII “la gente mesta”); negletto (lat. neglectus “trascurato, non elegante”, Par. VI - “Quinzio [Cincinnato], che dal cirro / negletto fu nomato”); antelucano (lat. ante lucem “che precede il giorno”, Purg. XXVII “e già per li splendori antelucani”); coartare (lat. coartare “costringere”, Par. XII “ch’uno la fugge e l’altro la coarta”); quisquilia (lat. quisquiliae “pagliuzze”, Par. XXVI “così de li occhi miei ogne quisquilia / fugò Beatrice col raggio d'i suoi”); scialbo (lat. exalbare “coprire una superficie di intonaco”, Purg. XIX “mi venne in sogno una femmina balba, / ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, / con le man monche, e di colore scialba”).

Ma la straordinaria creatività del Poeta emerge, con estrema potenza, soprattutto davanti alle sfide più ardue. Nella cantica del Paradiso, infatti, Dante si trova a descrivere con parole umane un’esperienza ultraterrena tanto sublime da penetrare la lingua stessa, plasmandola a immagine e somiglianza di quel luogo di eterna grazia.

Il suo genio, a partire da un comunissimo meccanismo di formazione delle parole italiane (prefisso in- seguito da sostantivi, aggettivi, numerali, avverbi, pronomi personali e possessivi, molto comuni), dà vita ad una serie parole davvero uniche, che non sono mai entrate nell’uso, ma che - per la loro evocatività e potenza suggestiva - meritano di essere ricordate e, perché no, anche riutilizzate. Eccone alcuni esempi:

Immegliarsi “diventare migliore”
Par. XXX, 87: come fec'io, per far migliori spegli ancor de li occhi, chinandomi a l'onda che si deriva perché vi s'immegli [...]

Imparadisare “riempire d’una gioia simile a quelle del paradiso, infondere un vivo piacere”
Par. XXVIII, 3: Poscia che ‘ncontro a la vita presente / d’i miseri mortali aperse ‘l vero / quella che ‘mparadisa la mia mente (Beatrice)

Insemprare “Durare immutabile per sempre”
Par. X,148: così vid' ïo la gloriosa rota / muoversi e render voce a voce in tempra / e in dolcezza ch'esser non pò nota / se non colà dove gioir s'insempra.

Infuturarsi “Prolungarsi nel futuro”
Par. XVII, 98: Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie, / poscia che s’infutura la tua vita / vie più là che ‘l punir di lor perfidie

Inforsarsi “risultare dubbio, essere in forse” Par. XXIV, 87: [...] ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa"./ Ond'io: "Sì ho, sì lucida e sì tonda,/ che nel suo conio nulla mi s'inforsa

Indiarsi “Assimilarsi a Dio nella contemplazione, partecipando della sua beatitudine e della sua intelligenza”
Par. IV, 28: D’i Serafin colui che più s'india, / Moïsè, Samuel, e quel Giovanni / che prender vuoli, io dico, non Maria, / non hanno in altro cielo i loro scanni / che questi spirti che mo t'appariro, / né hanno a l'esser lor più o meno anni; / ma tutti fanno bello il primo giro, / e differentemente han dolce vita / per sentir più e men l'etterno spiro.

Inmiare e intuare “Identificarsi con la persona che sta parlando, conoscendone pensieri e sentimenti come fossero i propri”.
Par. IX, 81: Già non attendere' io tua dimanda, / s'io m'intuassi, come tu t'inmii.

Immillarsi “moltiplicarsi in milioni”
Par. XXVIII, 93: L'incendio suo seguiva ogne scintilla/ ed eran tante, che 'l numero loro/ più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.

Indovare “Configurarsi in un determinato spazio”
Par. XXXIII,138: Qual è 'l geomètra che tutto s'affige / per misurar lo cerchio, e non ritrova, / pensando, quel principio ond' elli indige, / tal era io a quella vista nova: / veder voleva come si convenne / l'imago al cerchio e come vi s'indova.

Inluiarsi “Assimilarsi a lui (Dio) nella contemplazione, partecipando della sua beatitudine e della sua intelligenza”
Par. IX, 73: «Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia», / diss' io, «beato spirto, sì che nulla / voglia di sé a te puot' esser fuia [...]».

Inleiarsi “Assimilarsi a lei (“l’ultima salute”, cioè Dio) nella contemplazione, partecipando della sua beatitudine e della sua intelligenza”
Par. XXII,127: «Tu sè sì presso a l'ultima salute», / cominciò Bëatrice, «che tu dei / aver le luci tue chiare e acute; / e però, prima che tu più t'inlei, / rimira in giù, e vedi quanto mondo / sotto li piedi già esser ti fei...

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