Pésca o pèsca: sull'importanza della pronuncia corretta delle parole

Tutte le lingue nascono innanzitutto parlate. La scrittura non è altro, infatti, che una trasposizione grafica convenzionale dei suoni che compongono le parole. Per questo, per esempio, nonostante italiani e inglesi condividano lo stesso alfabeto, un inglese non sarà capace di leggere il verbo “bagnare” correttamente se non istruito prima, poiché l’insieme consonantico -gn- si legge diversamente nella sua lingua. L’alfabeto che riproduce in modo esatto i suoni di tutte le lingue è l’alfabeto fonetico (o IPA, International Phonetic Alphabet, inventato da un gruppo di linguisti alla fine dell’Ottocento): esso permette di scrivere le parole esattamente come sono pronunciate ed è, come detto sopra, universale.
Tale premessa è utile dunque a comprendere l’importanza della pronuncia corretta delle parole. Esistono per esempio in italiano alcune parole che si scrivono uguali ma si pronunciano diversamente e, a seconda della loro pronuncia, cambiano di significato, i cosiddetti “omografi” (ci sono anche parole che, all’opposto, si scrivono diversamente ma si pronunciano in modo uguale, gli “omofoni” come anno - misura di tempo - e hanno - terza persona plurale dell’indicativo presente del verbo avere - solo per fare un esempio).
Una pronuncia non corretta, infatti, potrebbe confondere l’interlocutore e non fare arrivare il messaggio, obiettivo che ogni “atto di parola” si propone di per sé di soddisfare.
Ci occuperemo in questa sede di un gruppo particolare e per la verità esiguo di omografi italiani, ovvero quello in cui la pronuncia di una vocale all’interno della parola con l’accento grave (che corrisponde a vocale aperta) o con l’accento acuto (che corrisponde a vocale chiusa) modifica il significato della parola stessa. Tre esempi:

bòtte (percosse) e bótte (recipiente per il vino)
pèsca (il frutto) e pésca (l'azione di pescare)
vènti (numero) e vénti (movimento d'aria)

Proponiamo tale riflessione senza nulla togliere all’importanza, soprattutto in Italia, dei dialetti, che producono inflessioni anche quando il parlante si esprime in italiano e ricordando sempre quanto affermava l’autorevole linguista Tullio De Mauro, ovvero che le lingue vive sono per natura in perenne cambiamento.

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