Ulisse e la Donna (intervista a Eleonora Cimbro)

Partire è come un po' morire; bisogna sempre morire “in vita”, rispetto al nostro stato precedente, poiché una volta intrapreso il cammino, noi non saremo più gli stessi. Nel mondo antico il viaggio è iniziatico per eccellenza, un itinerario di sviluppo irto di pericoli che mette a confronto/scontro l'universo della certezza e della razionalità con il mondo dell'irrazionale e della non-certezza.
I percorsi iniziatici archetipici appartengono ad un genere letterario antichissimo, se non addirittura il più antico in senso assoluto nel cammino dell’umanità: pensiamo all’epopea di Gilgamesh, che esce dalla sua terra in cerca dei segreti della vita eterna, e al viaggio degli Argonauti alla conquista del Vello d’oro, di Enea nell’Eneide di Virgilio, di Dante nella Divina Commedia (nel XXVI Canto dell’Inferno il Poeta incontra Ulisse e Diomede, i consiglieri fraudolenti).

Il “Canto di Ulisse”: Inferno, XXVI

Il percorso di Ulisse nella Commedia va verso Ovest, la terra dell’oltretomba. Il suo è dunque un viaggio pari a quello di Dante, ma con una differenza: nel caso dantesco siamo all’ottava bolgia, dove si creano due gruppi: Virgilio, Enea e Dante da una parte, Omero, Ulisse e Diomede dall’altra.
La figura di Omero viene celata in queste due frasi:
S’io meritai di voi mentre ch’io vissi
S’io meritai di voi assai o poco
dove si nasconde “Si, io Omero”. Quando Virgilio si rivolgerà ad Ulisse, dunque, è come se parlasse Omero. Alla luce di questo, il viaggio che Ulisse compie dopo aver lasciato Circe, è quello utile per tornare ad Itaca e non quello che compirà dopo esser ritornato in patria. È come se Dante riscrivesse il finale dell’Odissea con una verità diversa, come se rinascesse dagli errori di Ulisse e creasse un distacco, un punto dove si creano due vortici (8): uno verso l’alto simboleggiato dalla navicella di fuoco di Elia che va verso lo spazio, uno nella doppia lingua di fuoco di Ulisse e Diomede che sprofonda dentro la terra come se fosse appunto un otto. Il punto centrale è lega-to all’immagine del: “Tre volte il fè girar con tutte l’acque/ a la quarta levar la pop-pa in suso e la prora ire in giù”. È evidente il labirinto classico che è come un cerchio concentrico alla “ricerca del punto”, il simbolo della vita stessa. Entrare nel labirinto corrisponde a un atto di concepimento e l'uscita alla nascita. "Vita" e "morte" si ricongiungono nel labirinto iniziatico nel quale il cerchio diviene “la spirale" .
Knosso, nell’antica Creta, aveva due parti ben distinte: una superiore, edificata alla luce del Sole che è simbolo della vita, e una sotterranea. È molto chiaro, sul punto, l'inno omerico a Demetra, nel quale è scritto: "Senza la morte non ci sarebbe pro-creazione... Nella nascita stessa è all'opera la morte”. Dante e Ulisse, entrambi vicini al monte del Purgatorio, prenderanno due strade diverse, uno andrà sopra e l’altro sotto e sarà Omero stesso – appartenente al giardino degli spiriti aulenti – insieme a Virgilio ed Enea, a punire Ulisse riscrivendo il finale e non permettendo il suo rientro ad Itaca. La patria, in passato, era legata all’identità, alla “semenza” ed è proprio su questo senso di appartenenza all’origine che Odisseo convincerà i suoi compagni ad unirsi in questo ultimo “volo” senza ritorno. Ma perché questo finale così drammatico?

Considerate la vostra semenza
Fatti non foste a viver come bruti
Ma per seguire virtute e canoscenza (v.120)

Questo famosissimo verso che molti vedono come un’esaltazione di Ulisse potrebbe non esserlo, poiché la parola bruti potrebbe mascherare il concetto del “traditore del-la sua semenza” come Bruto, Cassio e Giuda con Cesare ed il Cristo. Il furto del Palladio, simulacro ligneo della dea Atena che, secondo le credenze dell'antichità garantiva l’immunità della città di Troia, la fa crollare e la distrugge. Lo stesso Ulisse racconta che si mise “per l’alto mare aperto / sol con un legno e con quella compagna picciola; da la qual non fui diserto”. Ulisse compie un attentato alla Fides, al patto di lealtà con la Dea Madre che è il concetto stesso del mito e dell’appartenenza, ma soprattutto, la Sapienza. Ulisse ruba quindi la virtù e la conoscenza in maniera frau-dolenta, non è più l’eroe ed è voluto andare oltre, anzi si è messo al posto di Dio e sarà destinato ad essere inghiottito con l’oggetto della sua brama (il Palladio). Per Dante qui non importano gli affetti di questo mondo (moglie, figli), ma la Fides al Dio e all’Anima, che può stare ovunque ma sottostà sempre allo Spirito Superiore.

Questo canto ha tanti strati di lettura ed Ulisse li incarna tutti. Da sempre è colui che non sta mai dove deve stare ed essendo “Nessuno” può diventare “Tutti”. Con l’On. Eleonora Cimbro, che ringrazio e ha scelto i versi 94-99 di questo canto, è nato un interessante scambio di pensiero. Secondo lei, Ulisse potrebbe essere visto in chiave femminile, una donna che va oltre se stessa, una sapiente pietas che non è pura follia.


Intervista all’Onorevole Eleonora Cimbro

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore;
lo qual dovea Penelopè far lieta
vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore.

Cosa rappresenta per lei questo verso?

Questo verso si inserisce all’interno del canto XXVI dell’Inferno dove Dante, guida-to da Virgilio, incontra i consiglieri fraudolenti. Sono coloro che usarono la propria intelligenza e il proprio intelletto per ingannare. Il motivo per il quale Ulisse si trova nell’ottava bolgia dell’VIII cerchio è legato all’inganno del cavallo di Troia e appare chiaro il giudizio di Dante su Ulisse; ma la narrazione che l’eroe greco ci consegna sulle ragioni profonde della scelta di “divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore” credo sia emblematica dell’essere umano. L’ardore che spinge Ulisse verso la conoscenza del mondo e dell’umanità con tutte le sue contraddizioni è più forte di qualunque altro sentimento. Infatti, la dolcezza del figlio Telemaco, la pietas verso il padre e l’amore nei confronti della moglie Penelope non sono sufficienti a tenere lontano l’eroe multiforme dalla brama di andare a fondo, di esplorare, di andare oltre. E, secondo la visione dantesca, questo stesso ardore porterà Ulisse a superare il limite consentito, simbolicamente identificato nelle colonne d’Ercole, e dunque a morire; un rischio che l’eroe greco decide di correre e nemmeno la prospettiva della morte ferma Odisseo nel suo intento di seguire “virtute e canoscenza”.

Cosa rappresenta per lei la figura di Ulisse?

Ulisse è il simbolo della curiosità umana che spinge donne e uomini ad andare oltre i limiti consentiti per portare il progresso o, quantomeno, tentare di fare nuove scoperte per far progredire l’umanità. Il progresso è la sintesi di tante singole scoperte dell’uomo che, messe insieme, determinano il cambiamento, in positivo ma anche in negativo. Non è da tutti mettere in gioco se stessi per andare a fondo, rinunciare a ciò che si ha di più caro per dedicarsi anima e corpo alla propria “semenza”.

Dante stimola il confronto tra Enea ed Ulisse. Se volessimo attualizzare entrambi i personaggi quale ruolo assegnerebbe loro nella società attuale?

Enea e Ulisse secondo la tradizione classica sono due eroi. Sono mortali ma si di-stinguono per valore dagli altri mortali. Enea rappresenta l’uomo della pietas, colui che preserva i valori della patria e del divino e che nel nome di questi valori è desti-nato a fondare la città di Roma. Enea è l’uomo delle istituzioni, che alla propria ambizione o ai propri desideri antepone il bene pubblico. Enea potrebbe essere la massima carica dello Stato, riletto in chiave moderna. Ulisse, al contrario è l’uomo che rompe gli schemi, che osa, che decide di andare oltre il limite consentito e che usa la parola per blandire e per convincere le masse, come un vero leader di partito.

Ulisse parla ai suoi compagni dell'importanza dell'origine e della conoscenza, non li spinge a partire con lui attraverso la forza, ma facendo leva sui sentimenti umani più profondi per raggiungere i suoi scopi. È un grande oratore moderno. Qui esce il Dante politico. Cosa pensa del rapporto tra politica, astuzia ed inganno?

Indubbiamente la politica ha in sé una componente molto forte di retorica. Mai come oggi la comunicazione ha assunto un ruolo centrale per raggiungere il consenso, an-che a discapito della sostanza dei programmi dei partiti. Vale di più una frase detta al momento giusto che cento proposte. In questo sta forse l’inganno che anche l’Ulisse dantesco ha messo in atto con i suoi compagni: è bastata una “orazion picciola” per rendere i compagni “sì aguti (…) al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti”. Odisseo conosce la forza della retorica. È l’eroe che più di tutti sa usare le parole per piegare al suo volere gli altri. Ma nel fare questo vi è molto cinismo, calcolo e spregiudicatezza. La politica ai tempi di Dante non è molto diversa da quella di oggi…

Secondo lei Odisseo potrebbe essere riletto in chiave femminile, come mai?

Mi piace pensare che rileggere oggi Dante in chiave moderna permetta a me e a tante donne di potersi immedesimare in molte figure maschili, a partire dallo stresso poeta fiorentino. Mi risulta difficile pensarmi come una Penelope intenta a tessere la tela aspettando un marito che viaggia per il mondo coltivando il proprio ego o identificarmi nella perfezione di Beatrice. Trovo più naturale immedesimarmi in una moderna Odissea che, al pari della versione maschile di Odisseo, segue la propria ambizione e ha in sé un desiderio di conoscenza irrefrenabile. È questo essere “polytropos” che trovo sia caratteristica positiva di molte donne contemporanee.

Ulisse e Diomede rubano il Palladio, la conoscenza di Atena e protezione di Troia. Come è cambiato il rapporto con la conoscenza e la cultura oggi?

Da mamma e da insegnante posso dire che per fortuna oggi la conoscenza è a portata di tutti. Conoscere significa avere potere ed è per questo che in molte tradizioni anti-che il sapere è appannaggio degli dei o di uomini prescelti. Oggi vi è una concezione più democratica dell’accesso al sapere ma, purtroppo, questo non va di pari passo né con la comprensione reale e profonda dei fenomeni né con maggiori opportunità in termini di riconoscimento sociale. Probabilmente conoscenza e cultura ancora oggi sono riservate ad alcune élite e l’infinita quantità di informazioni a cui tutti possono accedere non si traduce automaticamente in sapere. La sfida della scuola e della politica dovrebbe essere proprio quella sancita dall’art. 3 della nostra Costituzione.

Cosa potrebbe spingere la donna oggi a lasciare tutto, i figli, marito, il paese... quale sirena potrebbe essere più forte di tutti questi addii?

Oggi una donna potrebbe lasciare tutto per seguire la propria ambizione. Stimo moto le donne che, pur non rinunciando ad essere mamme, decidono di seguire i propri obiettivi e i propri sogni. Certo, l’equilibrio ottimale sarebbe quello di conciliare il lavoro con la famiglia ma purtroppo il nostro Paese deve ancora fare molto per rendere possibile questa condizione e così molte donne rinunciano o desistono.

Se Ulisse fosse una donna giovane e moderna come lei, quale consglio chiederebbe e, secondo lei, cosa risponderebbe?

Ad una giovane “donna-Ulisse” chiederei fin dove ci si può spingere nell’usare intelligenza e furbizia per governare i processi. E credo che la risposta sarebbe quella che ci ha consegnato Dante e prima di lui la tradizione classica: andare oltre il limite consentito porta con sé il rischio elevatissimo di perdere tutto. E così, “com’ altrui piacque (…) ‘l mar fu sovra noi richiuso”.
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L’On. Eleonora Cimbro, deputata XVII legislatura, è attualmente esponente della Lega. Laureata in lettere classiche con indirizzo archeologico, attualmente professo-ressa di lettere e mamma di cinque figli.

Giuliana Poli è giornalista, ricercatrice di antropologia culturale, scrittrice di Tradizione, scrittrice di monografie e testi su opere d’Arte, analista ed esperta d’iconografia ed iconologia di opere d’arte. Analisi semantica del linguaggio dell’Arte e della parola.

Immagine in alto “OdysseyPenelope”, autore John Flaxman (da Wikimedia)

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