Il sanscrito: la “lingua perfetta”

Tutte le parole legate alla disciplina dello yoga, come prana, mantra e namastè derivano dalla lingua che, finora, sembra avere la storia più antica del mondo: il sanscrito. Si tratta dell’idioma che veniva parlato nel subcontinente indiano probabilmente già nel secondo millennio a.C. e che fa parte della famiglia delle lingue indoeuropee, cioè quel gruppo di lingue comprendente il latino, il greco, il celtico, il germanico ecc, e che, presumibilmente, discendono da un ancor più antico idioma comune, chiamato protoindoeuropeo. Oggi il sanscrito è ancora una delle ventidue lingue ufficiali riconosciute dalla Costituzione indiana e tra gli idiomi che ne discendono ricordiamo, ad esempio, l’hindi.

 

Il termine sanscrito vuol dire “lingua perfetta, grammaticalmente elaborata” in contrapposizione alla parola paracrito “lingua parlata, naturale”. La grammatica sanscrita è stata, infatti, descritta e codificata con enorme precisione nel IV secolo a. C. dallo studioso Pānini, ma questa rigida variante della lingua (chiamata anche sanscrito classico) era quella usata esclusivamente dai brahmani, ossia la più prestigiosa casta sacerdotale induista; in questa variante fu concepita una buona parte della sconfinata mole di opere letterarie di cui abbiamo testimonianza (il cui numero supera la somma di quelle latine e greche finora conosciute). Proprio per il fatto che il sanscrito classico sia stato poco parlato, ma prevalentemente scritto, si è conservato bene nella sua forma originaria e la sua cristallizzazione è stata di fondamentale utilità ai linguisti per ricostruire l’evoluzione delle lingue indoeuropee; per osservarne la fortissima interconnessione, basta comparare la parola sanscrita “padre” pitar con gli equivalenti nelle altre lingue: latino PATER (da cui l’italiano e lo spagnolo padre, il francese père, il portoghese pai), greco patèr, inglese father, in tedesco Vater. Il vedico (il cui nome vuol dire “saggezza”), è invece la forma più arcaica di sanscrito, inizialmente tramandato oralmente e poi per iscritto nei testi religiosi Veda. In particolare il Rgveda è la più datata opera della cultura indoeuropea, composto di inni suddivisi in mantra “strofe di invocazione”, a loro volta raccolti in libretti denominati mandala “cicli”.

È interessante notare che, attualmente, conosciamo le parole mantra e mandala in contesti totalmente differenti dall’ambito religioso: mantra è usato nel lessico dello yoga e in senso figurato indica “uno slogan, una massima personale, uno stile di vita”; mentre mandala lo ritroviamo nei libri antistress da colorare che riportano schemi di cerchi e altre figure concentriche (originariamente ispirati alle geometrie dell’universo). Tra gli altri termini diffusi in italiano possiamo ricordare guru, che oggi è “un maestro spirituale” o in senso figurato “un esperto nella sua disciplina” e in sanscrito “un precettore e una persona venerabile, di valore”; karma “azione, causa che comporta degli effetti”, e zen (derivante dal sanscrito dhyana) “meditazione, riflessione”, che in italiano può indicare “un atteggiamento calmo e distaccato”. Abbiamo poi altri vocaboli che non ricondurremmo spontaneamente al sanscrito ma che in realtà ne condividono la radice, come ad esempio: shampoo che l’inglese adatta dall’hindi champo “massaggia!”, a sua volta derivante dal sanscrito cap “massaggiare”; sandalo, che il greco sàndalon riprende dal sanscrito candana “legno e olio del sandalo”; bandana dal sanscrito bandh “legare, stringere”; riso derivato dal greco oryza che riprende il sanscrito vryhi “riso”; zucchero dall’arabo assokar che riprende il sanscrito sarkara “ciottoli”. Insomma, dietro ogni parola c’è un vero mondo da scoprire!

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