L’emergenza climatica, a parole nostre

L’emergenza climatica è ormai una priorità globale, testimoniata anche in questi giorni dallo svolgersi della COP26 a Glasgow. Si tratta del 26esimo vertice annuale della “Conferenza delle Parti” organizzato dall’ONU, a cui partecipano oltre 190 leader mondiali, imprese e cittadini, per raggiungere un accordo internazionale su come affrontare la crisi climatica dovuta in gran parte all’impatto dell’attività umana sul Pianeta. Più che mai in un momento critico come questo, si auspica che le parole di giornalisti e divulgatori siano scrupolose, scientifiche e soppesate, per agevolare la corretta comprensione da parte dei cittadini dei fenomeni in corso.


A proposito dell’importanza di trovare le parole giuste per comunicare l’emergenza climatica, The Guardian, già nel 2019 (in un articolo del reporter ambientale Damian Carrington), ha dichiarato di aver aggiornato la propria “style guide” per descrivere più accuratamente la crisi ambientale in corso. L’espressione cambiamento climatico è stata sostituita da emergenza e crisi climatica così come, per indicare il surriscaldamento globale, si è passati dall’uso di global warming a global heating (perché in inglese, warm rispetto a hot, ha un’accezione più piacevole e meno scioccante). Nello stesso lemmario, i climate sceptic sono stati soppiantati dall’espressione negazionisti delle scienze climatiche, per sostituire all’idea di “dubbio”, veicolata dal termine scettico, quella di “detrattori che negano l’esistenza e la scientificità degli studi sul clima”. A proposito di climate sceptic, la rivista italiana Focus.it riporta che nel 2013 un gruppo di ambientalisti lanciò una provocazione: dare agli eventi climatici estremi (come uragani o tsunami) i nomi dei negazionisti del riscaldamento globale. Era sulla stessa linea d’onda anche la community online Care2 che, nel 2017, raccolse circa 5mila firme per chiamare Ivanka quello che poi fu l’uragano Irma (flagello di Caraibi e Florida), in riferimento alla figlia dell’allora presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, che negava qualsiasi concausalità tra il surriscaldamento globale e l’aumentata pericolosità delle tempeste tropicali.


In conclusione, ricordiamo che va datata al 1979 quella che forse è una delle prime testimonianze di come l’attivismo sociale, la politica e l’opinione pubblica abbiano incentivato una più moderna narrazione dei fenomeni climatici, per renderla al passo coi tempi. Nel 1979, infatti, grazie all’insistenza dei gruppi femministi, si è stabilito a livello internazionale che i nomi degli uragani e dei fenomeni meteorologici marini dovessero rispettare di anno in anno l’alternanza di genere. Venne così abbandonata la consuetudine che dal 1953, seguendo la tradizione storica della Marina Militare, assegnava a questi tragici fenomeni esclusivamente nomi femminili, mentre prima del 1950 erano indicati da numeri. Insomma, volenti o nolenti le parole contano e un uso consapevole può fare la differenza, anche nelle questioni di clima!

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