Museo del Diario: il tuo nome sulla neve

Siamo nel cuore della Valtiberina, nel Piccolo museo del diario, dove si trova un oggetto della memoria particolarmente emozionante. È un lenzuolo da corredo, bordato di rosso, decorato con quelle che a prima vista possono sembrare delle linee. E invece sono parole, di grafia regolare, disposte in righe numerate come i brani di una poesia: raccontano la vita di Clelia e Anteo.

Sarebbe servito un lenzuolo molto più grande, «largo e lungo come il mare», scrive lei. Comunque si è fatta bastare un lenzuolo quadrato di 2 metri per 2, dove ha raccontato la sua vita e quella delle persone accanto a lei. Il racconto inizia, testualmente, così: «Care Persone Fatene Tesoro Di Questo Lenzuolo Chè C’è Un Po’ della Vita Mia; è Mio Marito. Clelia Marchi (72) anni, ha scritto la storia della gente della sua terra, riempendo un lenzuolo di scritte».

Il lenzuolo-diario, un monumento al titanico amore per Anteo, Clelia lo ha portato personalmente all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano dove tutti avrebbero potuto leggerlo. Clelia è nata nel 1912 a Poggio Rusco, quando «comandavano i mariti» e «le donne dovevano curare i bambini e basta». Per questo, osserva nel suo diario, le donne «non hanno mai potuto esprimere le loro idee». Come quelle, le sue, che si affacciano tra le esperienze delle due guerre mondiali, negli stenti della campagna dove mancavano persino le medicine, anche quelle per i bambini: un matrimonio e otto figli dati alla luce (solo quattro sopravvissuti), poi l’arrivo in città.

Anteo muore in un incidente stradale, nel 1972. Clelia rimane sola. Nelle sue notti insonni, inizia a scrivere su cartoncini decorati arricchiti di ritagli di giornale, rilegati a mano come quaderni. Quando la carta finisce, apre l’armadio del corredo e tira fuori un lenzuolo di quelli buoni. Così lo spiega: «Le lenzuola non posso più consumarle con il marito e allora ho pensato di adoperarle per scrivere». E poi ricorda la maestra Angiolina Martini che le aveva spiegato quando «i Truschi [gli Etruschi] avevano avvolto un morto in un pezzo di stoffa scritto. Se lo avevano fatto loro,» conclude Clelia «potevo farlo anche io».

Ha fatto una memoria scritta di quello che aveva vissuto, aggiungendo delle poesie, in basso e dentro forme rettangolari, come in un arazzo. Il racconto scorre lineare sino alla metà del telo, poi si spezza; i ricordi irrompono allora in ordine sparso, tracimano la sequenza cronologica delle righe e recuperano le forme dialettali dell’infanzia. Forse perché il dialetto è la lingua delle emozioni, forse perché il racconto è stato scritto sempre di notte, quando è più facile ricordare e pensare, tra solitudine e verità.

Nel suo racconto, afferma Clelia, si dice solo la verità: “gnanca na busia”. Questo è anche il titolo del libro che riproduce i testi del suo lenzuolo dove, ai due lati superiori, ci sono le foto dei due sposi.

Sotto, le loro due firme unite per sempre.

Immagine in copertina di Sailko CC BY 3.0

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